IL “FUNZIONALISMO”, Peccato originale dell’integrazione europea

Oggi non abbiamo più bisogno di fare una critica di principio al funzionalismo. Ci basta guardare come funzionano e cosa c’è dietro agli organi europei funzionali che si sono creati”.

(Altiero Spinelli)

Nel corso della diatriba, lunga oramai molti decenni (come dimostra la citazione di Spinelli), e divenuta col tempo addirittura stantia, sul perché l’Unione Europea non riesca a conseguire molti dei suoi conclamati obiettivi, e comunque stia perdendo il sostegno dei suoi cittadini, nessuno ha finora dato una risposta convincente. Infatti, tali non sono i più frequenti luoghi comuni, come per esempio:

-che l’Unione Europea è troppo burocratica;

-che essa è troppo accentratrice;

-che è troppo liberista;

– troppo socialista;

-troppo laica;

-che sarebbe una buona idea se non ci fosse l’ Euro…

Soprattutto, non si può seriamente sostenere (come fanno molti) che le Comunità Europee, quando furono create nel secondo dopoguerra, fossero perfette (magari perché i governi di allora erano conservatori), ma che poi i successivi governanti abbiano “tradito lo spirito originario”. Infatti, le Comunità Europee create negli anni ’50 (52-57) avevano già, in sé, in germe, tutti i vizi dell’ attuale Unione Europea: la subordinazione all’ America; l’ assenza di solide fondamenta culturali; le mistificazioni ideologiche; l’assenza di una strategia; l’economicismo; il meccanicismo. E proprio per questo, già allora, e più ancora che adesso, esse vivevano di occulte manovre politiche dietro le quinte, senza coinvolgere, senza voler coinvolgere, i cittadini.

Non che non ci sia, in tutte quelle risposte, un fondo di verità. Ne ho già scritto in precedenti post. Tuttavia, voglio tentare qui di trovare una spiegazione unitaria, ”filosofica”, che le racchiuda tutte, e, come tale, abbia già anche implicita in sé una soluzione. Nel fare ciò, mi riallaccerò al pensiero e all’ opera di Altiero Spinelli, il vero teorico dell’Europa postbellica, con le sue luci e le sue ombre, sulla cui vera posizione c’è un’enorme mistificazione, come su quella di tutti i protagonisti del 20° secolo, nonché alla recentissima conferenza su “Europa e Sovranità” del Professor Galli, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Francoforte, nell’ ambito della Buchmesse 2018..

Per conseguire questo risultato, occorre, a mio avviso, analizzare con attenzione la storia dell’integrazione europea, con particolare attenzione per gli anni della IIa Guerra Mondiale e all’ immediato dopoguerra, senza i paraocchi propagandistici adottati fino ad ora dalle opposte tifoserie, per obiettivi motivi di autolegittimazione. Di fatto, le grandi forze che spinsero in concreto verso l’integrazione furono:

-la volontà dell’ America: (i) di contrastare la nascita del COMECON, prima forma d’integrazione economica europea (il quale fu inventato per primo -fu fondato nel 1949, mentre la CECA fu fondata nel 1951 e la CEE nel 1957-); (ii) d’ imporre una gestione razionale al follow-up del Piano Marshall (“nato morto” per il rapido succedersi del maccartimo al New Deal e l’utilizzo distorto fatto dagli Europei dei fondi americani);(iii) di compattare gli Europei in vista della guerra di Corea (in corso fino al 1952); (iv)di riarmare la Germania Occidentale contro l’URSS;

la spinta, da parte dell’ establishment degli ex Paesi dell’ Asse (per esempio, Hallstein) a salvaguardare le obiettive forme d’integrazione economica già raggiunte nell’ambito della Grossraumwirtschaft (e anche, ovviamente, le posizioni di potere della Germania: esempio, l’integrazione del settore carbosiderurgico e i flussi migratori),come pure la parallela volontà espressa sul piano culturale attraverso il ravvicinamento ideologico di Jünger (“La Pace”), e di Schmitt (l’America come Katèchon), ai progetti occidentali-;

l’ideologia funzionalistica, che in realtà costituisce il vero filo conduttore occulto del “progetto incompiuto della Modernità”, che affonda le sue radici in varie tradizioni culturali, dal conservatorismo della Restaurazione, al positivismo, al pragmatismo, e troverà la sua espressione sintetica nella cosiddetta “Dichiarazione Schuman” (in realtà preparata da Jean Monnet con alcuni funzionari francesi e l’ ambasciatore americano).Si noti che tutte le “comunità” create nella prima fase dell’ integrazione (quella della CEE) europea erano “funzionalistiche”, cioè parziali (Unione Europea Occidentale, Comunità del Carbone e acciaio, Comunità economica europea, comunità europea dell’ Energia atomica, Associazione ACP-CEE, Banca Europea degl’Investimenti; Agenzia Spaziale Europea). Vi erano senz’altro ragioni obiettive: il rifiuto degli stati membri di effettuare repentinamente una cessione di sovranità che li avrebbe declassati, ma soprattutto il timore di Russi e Americani che si creasse “una nuova superpotenza” (come teorizzava invece Coudenhove Kalergi).

Il “funzionalismo” era dunque la vera bestia nera di Spinelli, che voleva che l’Europa ”clonasse” praticamente il sistema federale americano. Peccato che una siffatta “clonazione” (gli “Stati Uniti d’Europa”invocati nell’Ottocento da Victor Hugo), da un lato, destasse dei sospetti in America, perché rischiava di rafforzare troppo l’ Europa, e, dall’ altra, non sarebbe stata comunque adeguata alla situazone concreta e culturale dell’ Europa).

Anche la pretesa reazione degli Europei contro gli eccessi della guerra, appena sperimentati (sempre citata come motivazione principale dell’ integrazione europea) svolgeva in quell’ epoca un ruolo molto modesto (salvo che nelle opere di Jünger e nel Manifesto di Ventotene), soprattutto perché sarebbe stato grottesco parlare di un’ Europa pacifica mentre ben 7 nazioni europee (Gran Bretagna, Turchia, Paesi Bassi, Francia, Grecia, Belgio, Lussemburgo) stavano combattendo una guerra in un’area, la Corea, a cui erano totalmente estranee. Inoltre, come ho spesso scritto, e come ha coraggiosamente confermato il professor Galli, gli Europei non avrebbero potuto, e non possono, farsi la guerra solamente perché sono occupati da eserciti stranieri che glielo impedirebbero. Ricordiamoci poi anche che, a quell’ epoca, il esisteva un importantissimo movimento internazionale per la pace, organizzato e finanziato direttamente da apposito un organo del PCUS, e promosso dal compositore Rostropovich per ordine personale di Stalin, mentre i filo-occidentali erano ultra-militaristi (era l’era del maccartismo). Erano state organizzate tre conferenze per la pace, a New York, Breslavia e Parigi, fieramente osteggiate dal Governo americano di allora.

La pace fu “tirata fuori dal cappello” solo nella Dichiarazione Schuman (quando il movimento pacifista filosovietico incominciava a disgregarsi), facendo per altro espresso riferimento al “Piano Briand”, opera di Coudenhove-Kalergi fra le due guerre, non già alle guerre in corso contro i movimenti anti-colonialisti, né alla contrapposizione con il Patto di Varsavia. E solo molti anni dopo, con il crollo dell’Impero Sovietico e l’”occidentalizzazione” della sinistra, s’ incominciò a enfatizzare il ruolo pacifico dell’ Europa, nell’ottica di una “divisione dei compiti” fra Stati Uniti ed Europa, con gli Stati Uniti che conducevano le guerre umanitarie e gli Europei che aiutavano la “ricostruzione” dei Paesi conquistati, come l’ Afghanistan, l’ Iraq e la Libia (“gli Europei vengono da Venere, e gli Americani da Marte”). A questo punto, il messianesimo, l’egualitarismo, il pacifismo e il nichilismo dei reduci del ’68, opportunamente temperati dalla cultura “mainstream”, tornarono molto comodi alle strategie del Complesso Informatico-Militare, per forgiare un’inedita “Identità culturale europea” di sinistra che sostenesse una versione “soft” delle Guerre Umanitarie.

Anche il mito dei cosiddetti “Padri Fondatori del’ Europa” va ridimensionato, visto che nessuno di essi aveva dietro di sé, né una storia, né motivazioni, particolarmente europeistiche (De Gasperi aveva votato a favore del 1° Governo Mussolini, Schuman era stato sottosegretario di Pétain , Monnet aveva lavorato per l’ esercito americano, e Adenauer era definito “l’uomo degli Americani”). Lo stesso termine “Padri Fondatori” è confusorio, tratto sfacciatamente, com’è, dalla mitologia politica americana, e non corrispondente al loro ruolo in fondo marginale. In particolare, la causa di beatificazione a favore di Schuman, conclusasi positivamente presso l’Arcidiocesi di Metz, si sta trascinando in realtà da trent’anni, perché in Vaticano esistono ancora dei dubbi sul personaggio.

I veri “Padri Fondatori” concettuali dell’ integrazione europea sono stati in realtà gli autori classici (Ippocrate, Erodoto, e Aristotele), e illuministici (St. Pierre, Leibniz,Rousseu, Voltaire e Kant), e soprattutto Friedrich Nietzsche, che ha fornito le basi filosofiche a Coudenhove-Kalergi e Spinelli, gli unici due ad aver dedicato tutta la loro vita all’ obiettivo specifico dell’ unificazione europea. Tutti gli autori sopra citati erano comunque accomunati dal loro elitismo, ispirato vuoi dai cittadini-soldati delle poleis greche , vuoi dai sovrani illuminati, vuoi dagli “uomini superiori” nietscheani, vuoi dalle aristocrazie del sangue, del denaro o della rivoluzione. L’esatto contrario del “politicamente corretto” attuale, tutto orientato verso il “potere al popolo”.

Spinelli riteneva poi che tutti i membri del partito federalista avrebbero dovuto essere totalmente dediti alla ”rivoluzione europea”, come gl’iscritti al Partito Comunista o le unità di élite dei regimi nazionalisti: “Ma dalla schiera sempre crescente dei suoi simpatizzanti deve attingere e reclutare nell’organizzazione del partito solo coloro che abbiano fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita, che disciplinatamente realizzino giorno per giorno il lavoro necessario, provvedano oculatamente alla sicurezza, continuità ed efficacia di esso, anche nella situazione di più dura illegalità, e costituiscano così la solida rete che dia consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti”.

Contrariamente a quanto spesso affermato, l’integrazione europea quale fu effettivamente iniziata (vale a dire partendo da specifiche realizzazioni economiche) fu criticata fin da subito, oltre che dall’ estrema sinistra e dall’ estrema destra (i progenitori delle forze politiche che oggi si dicono “europeiste”: vedi p.es., Napolitano o Tajani), anche dal Movimento Federalista di Spinelli e da teologi cattolici come Przywara, precisamente per i motivi che sono stati dimostrati veri ed effettivi nel corso di questi 60 anni: ”..tali nazioni negozieranno, come mercanti, un equilibrio in base alla convergenza di interessi differentiAusgleich der Interessen-, in maniera tale che quest’alleanza di mercato sarà l’unica ‘città dell’ occidente’ con sempre nuove contrattazioni.”. Ad esempio, secondo Spinelli, l’approccio funzionalistico avrebbe dilazionato sine die il trasferimento della sovranità politica alle Comunità Europee, che non sarebbero mai divenute una vera federazione (cfr. citazione in exergo). Soprattutto, secondo Przywara, un’unione europea puramente economica avrebbe portato solo ad un passo in avanti verso la meccanizzazione del mondo.

Le Comunità Europee non rispondevano neppure alle esigenze culturali sollevate dai due veri eroi dell’integrazione, mancati proprio nel corso del loro impegno bellico: Duccio Galimberti e Simone Weil. Per Galimberti, la nuova costituzione italiana avrebbe dovuto essere scritta in modo speculare a quella europea; per Simone Weil, l’Europa unita avrebbe dovuto costituire una base per il rilancio della cultura europea contro la deculturazione portata con sé dall’ egemonia americana, e lo strumento per l’”enracinement”, il radicamento nella storia, nella terra e nelle tradizioni, il cui opposto, i “déracinés””, era stato denunziato da Barrès nel secolo precedente come il massimo problema della modernità..(quello che oggi viene chiamato “il reincanto del mondo”).

Alla luce di queste considerazioni, risulta evidente che le nascenti Comunità, affidate alla buona volontà dell’ America e degli Stati membri, senza un potere politico e culturale autonomo, con una classe dirigente raccogliticcia e poco motivata, senza neppure la conoscenza del pensiero degl’intellettuali europeisti, orientata solo all’integrazione economica, sarebbero andate sempre più alla deriva nel senso di una crescente integrazione, con un ruolo subordinato, nel sistema tecnocratico mondiale, con un conseguente declassamento culturale, politico ed economico e con il connesso deterioramento etico e sociale del nostro Continente.

Del resto, la nascente egemonia americana era stata denunziata proprio allora da autori così diversi fra di loro come Guido Gonella e Paul Valéry. Era ovvio infatti fin dal principio, per chiunque fosse in buona fede, che un’Europa non autonoma non avrebbe mai potuto essere se stessa, e quindi non avrebbe potuto eccellere in nessun campo: né culturale, né economico, né, tanto meno, militare. Rivelandosi così complementare alla “sindrome N.I.H.” dell’America: “Not Invented Here”): ciò che non è americano è comunque di seconda scelta.

A controprova di ciò, va notato che, mentre gli Europei si perdevano in interminabili querelles nominalistiche fra federazione e confederazione e tra liberisti e keynesiani, l’America organizzava le Conferenze Macy per sviluppare una società integrata sotto l’egida dell’ informatica, e il PCUS affidava a Gagarin il compito di creare il primato spaziale sovietico (coì come egli stesso aveva orgogliosamente proclamato sulla Piazza Rossa salutando militarmente Khrusciov). Nessuno voleva capire che il futuro dell’umanità stava (come profetizzato da Huxley) nel padroneggiare la scienza e la tecnica, e un’ Europa che non si poneva neppure questo problema nel giro di pochi anni non avrebbe semplicemente potuto sopravvivere.

Erich Przywara

1.Perché il funzionalismo costituisce un ostacolo così grande per un’autentica integrazione europea?

Il funzionalismo è un’ideologia poco nota ma universalmente presente nella vita moderna. Dal punto di vista politico, essa si riallaccia alla cultura sansimoniana che, reagendo proattivamente alle provocazioni di De Maistre, mirava a creare “una nuova società organica”, ma fondata non più sulla religione, bensì sulla scienza e sulla tecnica. Realizzazioni tipiche dell’ ideologia funzionalista: la Società dei Battelli del Reno, il Canale di Suez, il treno Mitropa. Attraverso la collaborazione economica internazionale di finanzieri, governi e tecnocrati (soprattutto nel campo delle infrastrutture e delle “grandi opere”), si sarebbe creata una “solidarietà di fatto” (come recita la “Dichiarazione Schuman”) fra popoli diversi, e si sarebbe andati verso l’integrazione mondiale, dove l’unificazione europea sarebbe stata solo un passo di quella mondiale.

I conservatori, accecati dal loro viscerale anti-socialismo, non si sono ancora resi conto che l’omologazione universale sta procedendo a passi da gigante non già attraverso i diktat dell’ Ufficio del Piano (che non c’è), bensì attraverso la pretesa collaborazione “pubblico-privato” nella realizzazione delle famose “infrastrutture” (in primo luogo finanziarie e informatiche), che non sono certo l’opera di forze sociali spontanee, bensì di centri di potere internazionali che, attraverso questi canali, hanno asservito a sé tutte le società del mondo.

Soprattutto, nella sua versione cibernetica, il funzionalismo sostiene che le funzioni psicologiche sono indipendenti dal soggetto in cui si manifestano, e che quindi esse sono trasferibili senza residui sulle macchine (quindi, sono degli algoritmi). Non v’è chi non veda che questa è la premessa fondamentale del progetto della trasformazione degli uomini in macchine, propria del post-umanesimo. Oggi si è giunti infatti a pensare che l’identità di ciascuno consista in un algoritmo, che si può “scaricare” da un corpo umano e trasferire su un qualsiasi supporto, fisico o virtuale, annullando così la personalità individuale.

E’certo inquietante che, sotto l’insegna del funzionalismo, convergano in un unico filone, da un lato, l’integrazione senza contrappesi dell’Europa nel mondo all’ insegna del liberismo, e, dall’ altra, la rivoluzione biopolitica che porta alla “singularity tecnologica”. E’ questa la ragione profonda dei fallimenti dell’ Europa e dei motivi d’insoddisfazione e di preoccupazione degli Europei. In modo subdolo, le classi dirigenti occidentali hanno sempre manovrato l’integrazione in modo da impedire all’ Europa di porsi come un centro di aggregazione culturale e politica capace d’influire sulle sorti del mondo, secondo la visione di Simon Weil, e usando la federazione di Spinelli come uno strumento di autoaffermazione del progetto. In tal modo, l’ Europa è divenuta invece un’ area informe, un soggetto passivo delle grandi forze omologanti, come la cibernetica e gli imperialismi universalistici.

Fredrich Nietzsche

2.Qual’è l’opposto del “funzionalismo”?

Per ottenere un’Europa diversa da quella funzionalistica che conosciamo, sarebbe occorso partire da un approccio diverso, anzi, opposto, a quello dei Trattati istitutivi.

La posizione filosofica opposta a quella funzionalistica è quella “personalistica”, che crede nel carattere irriducibile delle singole personalità. Tuttavia, nella sua versione più diffusa (quella di Maritain e Mounier), il personalismo è debole perché condivide, con il materialismo volgare, la fiducia nel mondo sensibile, che invece le filosofie contemporanee negano, sulla base delle più recenti acquisizioni delle scienze (come le geometrie non euclidee e la fisica quantistica), ponendo così le basi per la riduzione del mondo ad algoritmi. Un personalismo “forte” non può limitarsi a opporsi ciecamente e caso per caso, al nichilismo delle filosofie post-umanistiche, perché ne sarebbe travolto, bensì lo deve “digerire” e superare, vale a dire fondarsi sul “prospettivismo”, cioè sulla consapevolezza dell’incapacità della ragione umana a fornire una definizione univoca, completa e universale della realtà (“che, se possuto aveste saver tutto, mestier non era parturir Maria”, Dante, Divina Commedia). Il che significa, di converso, riallacciarsi a posizioni antiche: ai Veda, a Socrate, a Tertulliano, a Pascal e all’ “aggiustamento” gesuitico, che sottolineavano tutti l’estrema incertezza che circonda le verità ultime (il “Mistero”), e quindi la pluralità delle vie (“itineraria”,Dao) per la ricerca della verità.

L’idea di Papa Francesco sulla “poliedricità” è la più chiara espressione attuale di questo “prospettivismo”, così come la “dottrina del Signore del Cielo”(Tianzhujiao) di Matteo Ricci, il “silenzio del Buddha” del gesuita indiano Panikkar e la “teologia del pueblo” sudamericana. La Controversia dei Riti aveva infatti già dimostrato che, perfino all’ interno di un’unica confessione, quella cattolica, è impossibile pretendere una corrispondenza speculare fra termini come “Dio” e “Tian”, “Signore” e “Shangdi”, tant’è vero che Matteo Ricci li aveva tradotti con un terzo termine: “Tianzhu”. E del resto, che affinità vi è, all’ interno del Cristianesimo occidentale, fra Elohim, Jahvè, Adonai, El Shab’oth, El Shaddai, Theòs e Kyrios?

Un’ Europa Poliedrica sarebbe dunque un’Europa in cui non sarebbe possibile ridurre le persone ad algoritmi, perché non esisterebbe una base comune su cui appoggiarli, un “General Intellect” distinto dalle singole “persone”, e tanto meno distinto dalle diverse identità collettive in cui si articola la società umana. Il fatto che esistano principi universali ed etiche “situate” non nega questa circostanza, perché i principi si pongono sul piano del dover essere, non già su quello della concreta esistenza. Un’Europa “poliedrica” non sarebbe neppure un’ Europa individualistica, perché esistono le “identità collettive” dei “corpi intermedi”, che permettono l’interconnessione fra le diverse personalità.

Le rivolte dell’ Europa Orientale

3.Cosa avrebbero potuto fare di diverso i fondatori dell’ Unione Europea?

La storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia, si potrebbe immaginare che l’Europa avrebbe potuto essere diversa se i vari tentativi di creare, a cavallo della fine della guerra, e poi fino ad oggi, una “terza via”, fossero stati condotti con maggior vigore. Ma, come ha precisato molto opportunamente il Professor Galli, le “sovranità non si affermano gratuitamente, si impongono”.In altre parole, ci sarebbe voluto ciò che Spinelli chiamava “la rivoluzione europea” “contro democratici e comunisti”, in concomitanza con la Liberazione, come scritto expressis verbis nel Manifesto di Ventotene:” Larghissime masse restano ancora influenzate o influenzabili dalle vecchie tendenze democratiche e comuniste, perché non scorgono nessuna prospettiva di metodi e di obiettivi nuovi. Tali tendenze sono però formazioni politiche del passato; da tutti gli sviluppi storici recenti nulla hanno appreso, nulla dimenticato; incanalano le forze progressiste lungo strade che non possono serbare che delusioni e sconfitte; di fronte alle esigenze più profonde del domani costituiscono un ostacolo e debbono o radicalmente modificarsi o sparire.

Un vero movimento rivoluzionario dovrà sorgere da coloro che hanno saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà sapere collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, ed in genere con quanti cooperano alla disgregazione del totalitarismo, ma senza lasciarsi irretire dalla loro prassi politica”.

Per esempio, seguendo il disegno del capo partigiano Bonfantini, che aveva dichiarato a “Il Giorno” ch’egli” desiderava ‘convincere i capi supremi della Guardia Nazionale Repubblicana che potevano avere salva la vita se ci passavano le armi’. Sognava di portare il loro arsenale sul Lago Maggiore per allargare la Repubblica dell’Ossola e costituire la Repubblica del Verbano, Cusio, Ossola”, Oppure, di converso, aiutando maggiormente gli eserciti irregolari che continuarono a combattere in tutta l’ Europa Orientale fino al 1956 (i Fratelli della Foresta), nei Paesi Baltici (il Fronte Attivistico), in Polonia (la Banda Lupaczko, i Soldati Maledetti), in Ungheria (gli Hídverők) e poi in Romania, in Grecia e in Albania, e infine gl’insorti di Berlino e di Budapest, per creare una zona neutrale al centro dell’ Europa. Ne sarebbe risultata probabilmente un’ulteriore prosecuzione della IIa Guerra Mondiale; certamente fu evitata una lunga fase di instabilità, simile a quella dell’ odierno Medio Oriente, ed è questo l’unico senso reale elle “scelta pacifica” effettuata allora dagli Europei. Di converso, un tentativo di “Rivoluzione Europea” avrebbe permesso di affermare, nella terra di nessuno così creatasi, e a ridosso dei molti stati europei allora neutrali (Svizzera, Jugoslavia, Albania, Turchia), il primo nucleo di un’autonoma identità europea.

Poi, se si fosse verificata, negli anni ’60-’70, una convergenza fra il gollismo e la sinistra seguendo le tesi di Servan-Schreiber, si sarebbe potuta canalizzare una parte dei movimenti sociali propri di quegli anni verso l’idea di un’Europa Centrale neutralista e con un sistema sociale cogestionario sul modello “renano” (come predicavano per esempio in Italia “Nuova Repubblica” e “L’ Orologio”).

O, infine, se, anziché frenare, si fosse accelerato il movimento gorbacioviano verso la Perestrojka, si sarebbe potuta formare quella Confederazione Europea ch’era stata caldeggiata da Mitterrand e Havel nella Conferenza di Praga del 1991.Anche se già lì si notava una netta divaricazione fra i Francesi, che volevano una nuova organizzazione indipendente da CEE e NATO, e i cecoslovacchi, che avevano invitato anche gli Americani.

Antoine de St.Exupéry

4.Ripartire dalla cultura

Soprattutto, si sarebbe dovuto seguire il famoso (ma quanto mai dubbio!) slogan di Monnet, secondo il quale, per fare l’ Europa, si sarebbe dovuto incominciare dalla cultura. Purtroppo, gli esperimenti tentati, come il Congresso per la Libertà della Cultura, film come l’italiano “Europa 1951” e l’ungherese “Valahol Europaban”, i libri di storia europea di Duroselle e il Consiglio dei Ministri ”Cultura” di Blois, furono tutti fallimentari per l’eccesso di settarismo, di censura e di nazionalismo con cui furono condotti.

Per avere una cultura europea, si sarebbe dovuta percorrere una via assai diversa da quella nei fatti percorsa, e, soprattutto, non mettere fra parentesi, nel dopoguerra, molte delle principali acquisizioni culturali dell’ Europa. Si sarebbe dovuto invece ripartire proprio dalle tradizioni classiche sull’ Europa (Ippocrate, Erodoto, Eschilo, Aristotele, Strabone); dalle considerazione di Leibniz e Voltaire circa il parallelismo fra Europa e Cina; dall’”Antica Costituzione Europea” di Tocqueville; dallo “spleen de Paris” di Baudelaire, dai “Buoni Europei” di Nietzsche, dalle riflessioni di Freud e di Jung sull’ Identità Europea; dalla ricerca, da parte di intellettuali come Saint-Exupéry, di un “impero interiore”, dalla critica impietosa di Huxley alla tecnocrazia, di Orwell alla ideocrazia e di Burgess al fariseismo puritano…

A monte, si sarebbe dovuto evitare di corrodere gli antichi ceti (intellettuali, ecclesiastici, militari), che garantivano la solidità della società europea, e, nello stesso tempo, generalizzare quegli istituti, come la cogestione, che miravano a perpetuare nei ceti lavoratori lo spirito solidale dell’antica società cetuale e della dottrina sociale della Chiesa.

Le difficoltà irrisolte della contemporaneità derivano dal mancato approfondimento di quei comuni “background” culturali, che permettevano di superare le apparenti contraddizioni, che non sono un difetto, bensì la linfa vitale di un popolo sano: fra messianesimo e conservazione, fra Est e Ovest…

Per comprendere il fallimento dell’Europa postbellica, occorre infatti riandare a quanto scritto da Josef Seifert nelle sue “Sette Idee Slave”, vale a dire che gl’ideali moderni di “Libertà, eguaglianza e fraternità” avrebbero voluto essere la versione moderna degl’ideali tradizionali dell’ Europa, e, in particolare, di quelli dell’aristocrazia, del clero e del popolo. Purtroppo, le ideologie, che avevano tentato di “spacchettare” questi ideali coniugandoli con le diverse versioni del mondo, aspiravano in fondo a rispondere a queste ancestrali domande di libertà, eguaglianza e fraternità, ma, in ultima analisi, non ci sono riuscite perché non avevano capito che la Modernità (in quanto “epoca critica”) era stata concepita fin dall’ inizio, non già per durare, bensì per lasciar spazio alla nuova “epoca organica”,ispirata al Programma Sistemico dell’ Idealismo (che oggi chiameremmo”Post-umanesimo”): essa era soltanto lo strumento di un “trasbordo ideologico inavvertito”. La promessa di libertà è così stata tradita dal controllo totale da parte del Complesso Informatico-Militare; quella di eguaglianza, dal prevalere della “Società dell’ 1%”;quella di fraternità, dalla distruzione del lavoro da parte delle macchine intelligenti.

E’ quindi inutile e dannoso che gli esponenti dell’ “establishment” culturale (per esempio Jan Zielonka o Ezio Mauro) continuino a cercare lontano un capro espiatorio per le due crisi -dell’Europa e della sinistra-, che, nelle loro menti, indebitamente si confondono: è la loro stessa narrativa ch’è un cumulo disorganico di meccanicismo, razionalismo, determinismo, nichilismo, tecnocrazia, omologazione, perbenismo, buonismo, falsa condiscendenza, conformismo, controllo totale attraverso il web e i servizi segreti, manipolazione della cultura e dell’ opinione pubblica, è concettualmente debolissima. Infatti, essa è priva di un filo conduttore logico (salvo il funzionalismo, che però essi si sforzano attentamente di mantenere occulto). Essa altro non è che l’insieme, messo su alla rinfusa, dei cascami delle ideologie sette-ottocentesche incapaci di comprendere il XXI° Secolo: il liberalismo ridotto a rispetto dei rituali costituzionali; il nazionalismo trasformato nelle rivendicazioni assistenzialistiche di un imbelle ceto medio; il socialismo divenuto pretesa di omologazione universale; la democrazia cristiana tradotta in buonismo ipocrita; il comunismo trasformato in un cybersoviet in cui le Big Fives sostituiscono il Vozhd, il Comitato Centrale e la Ceka, e la democrazia è vista come un’eterna “affirmative action” volta all’ obiettivo impossibile di eliminare ogni differenza, rendendo tutti egualmente soggetti al mercato e al web.

Simone Weil

5.Il nostro punto di riferimento non dev’essere il Miracolo Economico, bensì l’”Epoca Assiale”

Questa “impasse” sembra insuperabile solo perché si vorrebbe credere che, nella politica come nella cultura, l’unico termine di paragone accettabile (nel bene come nel male) sia il XX° secolo. Se qualcuno si lamenta della vita odierna, gli viene ricordato come si viveva male “cent’anni fa, quando non c’erano le medicine”. Quando si vuole denigrare una persona o un gruppo, lo si paragona ai movimenti totalitari del “Secolo Breve”. Quando si pensa a un’ “età dell’oro”, si fa sempre riferimento al Miracolo Economico. Quando si ricercano modelli virtuosi di comportamento, si parla di De Gasperi, Einaudi, Adenauer, Kennedy, Olivetti, Berlinguer, Falcone, Borsellino, perfino Gianni Agnelli. Quando si vuole fare capire che c’è un grosso problema, si minaccia che, andando di questo passo (con questa disoccupazione, con quest’inflazione…) “ritornerà il fascismo”. Sembrerebbe quasi che prima della generazione che ha visto la IIa Guerra Mondiale non fosse accaduto nulla, e che dopo di essa venga il diluvio. Si percepisce così’, anche se in modo confuso, che siamo in una fase di piena decadenza. Di qui il culto del “rétro”, in tutte le sue forme.

La storia dell’umanità è invece plurimillenaria, proprio come ipotizzavano le antiche religioni (i “44.444 Kalpas” che troviamo nei Veda): “fossilizzarsi” (è il caso di dirlo) sugli ultimi decenni è segno d’un’incredibile miopia.L’idea di una “stratigrafia delle identità”, personali e/o collettive, era stata formulata già da Carl Jung, che vi aveva dedicato anche uno schizzo, che ripercorreva gli schemi formali della stratigrafia in geologia. E, in effetti, anche gli strati della coscienza risalgono per Jung ad antiche ere, prima geologiche, poi biologiche, paleontologiche ed archeologiche.Una visione “poliedrica” della realtà ci dice che tutto dell’oggi (anche le cose più futuribili) ci viene da ieri. L’idea della “Singularity Tecnologica” non è altro che la “de-creazione” della Qabbalah; l’ideologia “gender” è un cascame dello schema mitologico ch’è alla base delle Metamorfosi di Ovidio; l’idea di Musk di popolare lo spazio è la “filosofia del compito comune” di Fiodorov; il “World Wide Web” non è altro che l’Intelletto Attivo di Aristotele, ecc…

Di fronte all’infinito succedersi delle ere della storia, è comprensibile e quasi automatico che il pensiero umano si perda. Però, se sono ammissibili ignoranza, semplificazione, partigianeria, non è ammissibile la volontaria miopia che impedisce, non dico di capire, bensì perfino d’intuire ciò che ci sta accadendo.Orbene, ciò che ci sta accadendo è che la Società delle Macchine Intelligenti sta sconvolgendo i presupposti, non già dell’ “Umano Eterno” (che forse non esiste), bensì dell’ Epoca Assiale, quella che incomincia (in una data su cui c’è oggi il massimo dibattito, vedi Jan Assmann) con la sedentarizzazione, con i pittogrammi, con le religioni politeistiche, con i “chieftains”, e che raggiunge il suo pieno fulgore nel Nuovo Impero egizio, nella Babilonia di Sargon, nell’Esodo, nell’impero cretese e in quello Zhou. Tutte queste civiltà (studiate per esempio da Eisenstadt), che hanno molto in comune fra di loro, costituiscono il substrato della nostra: una religione di salvezza, una nozione d’Impero, la centralità della famiglia, dei libri sacri….Non per nulla l’ideale di Confucio è quello restaurare l’impero dei Zhou anteriori, e quello delle religioni abramitiche il regno di Salomone.

Invece, la “Nuova Età Organica” che le macchine stanno costruendo è fondata su nuovi, diversi, presupposti: quelli del “Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco” (sostituzione della religione con la scienza, nuova mitologia comune alle élites e al popolo, persecuzione delle religioni tradizionali) e sulla “Filosofia del Compito Comune” di Fiodorov (governo mondiale, risurrezione dei morti tramite la scienza. migrazione dell’uomo nello spazio). E’ ovvio ch’essa consideri superflui e superati la visione olistica delle religioni tradizionali, l’idea delle persone singole distinte dalla rete mondiale (“unplugged”) l’idea stessa di libero arbitrio o di libertà di coscienza, ogni forma di riproduzione e di famiglia naturale, ecc…Le vecchie ideologie non possono sopravvivere perché, come scriveva Böckenförde, “si basano su premesse che non possono mantenere”, vale a dire sull’ esistenza di soggetti autonomi, capaci di libera scelta; di famiglie che lavorino e risparmino per il proprio futuro; di popoli legati a una cultura e a un territorio. Se tutto ciò non esiste più, anche le ideologie della libertà, del diritto, della libertà, della solidarietà, non possono più esistere per la mancanza dei soggetti: le persone.

Per evitare dunque l’avvento d’una siffatta Società Organica, occorre colpire alla radice il funzionalismo, ponendo sotto controllo la tecnica dispiegata. Ma com’è possibile fare questo, se oggi è la tecnica che controlla noi? E’ evidente che, a questo punto, torna di attualità la politica di potenza, nel senso che i “senza potere” di cui parlava Havel (che sono oggi gli Europei) debbono “rovesciare il tavolo” ed assumere un ruolo sempre crescente in campo internazionale, per condizionare le scelte delle grandi potenze, oggi troppo sbilanciare a favore del “Progetto Incompiuto della Modernità”, e, in concreto, delle Big Five, che ne sono le “cinghie di trasmissione”. Come ha detto il Professor Galli, occorre por fine alla demonizzazione della “sovranità”. Aggiungerò che, contrariamente a quanto pensa Galli, a mio avviso la sovranità europea non è impossibile neppure oggi perché (come rilevano proprio le fonti più vicine all’ establishment, come l’Economist), i molti Stati ancora sovrani stanno facendo sempre più dell’ Europa un terreno di scontro contro l’egemonia americana, sì ch’ è ormai possibile, per gli Europei, fare leva su queste rivalità per affermare la loro autonoma sovranità.

 

 

DIBATTITO!

Vi segnaliamo una manifestazione che, in questi giorni, tratta degli argomenti su esposti:

La nuova Europa: Idee, Valori, Sfide

di Admin · 2 ottobre 2018

Invita la S.V. al convegno

LA NUOVA EUROPA: IDEE, VALORI E SFIDE

Sabato 13 ottobre 2018 – ore 09.00 Centro Studi San Carlo

Via Monte di Pietà, 1 – 10121 Torino

Presenta

Stefano Commodo (portavoce di Rinascimento Europeo)

 

TAVOLO DI LAVORO 1 Ore 9:15 – 11:15

 

Post Brexit: lo spirito dei Padri fondatori per dare una nuova anima all’Unione Europea. Che cosa avrebbero pensato dell’Europa odierna i padri nobili del grande progetto europeo? Dopo 60 anni, che cosa resta dello Spirito che animò i Trattati di Roma? Se da un lato l’integrazione economica ha permesso al Vecchio Continente di riconquistare un ruolo di primo piano dopo la Seconda Guerra Mondiale, lo stesso non si può dire per il progetto dell’Unione politica: penalizzato dalla mancanza di un vero governo federale (o confederale), a rischio di ininfluenza negli scenari internazionali ed incerto nella tutela della sovranità..

Prof. Pier Giuseppe MONATERI Ordinario di Diritto Civile, Università degli Studi di Torino

ne parla con

Tiziana BEGHIN, Eurodeputata – Gruppo EFDD (Movimento 5 Stelle) Alberto CIRIO, Eurodeputato – Gruppo PPE (Forza Italia) Alessandro GIGLIO VIGNA, Deputato Lega – I Commissione (Affari Costituzionali) e XIV Commissione (Politiche dell’Unione Europea)

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Ore 11:15 – 11:30 Coffee Break

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TAVOLO DI LAVORO 2 Ore 11:30 – 13:00

 

Capitalismo: “turbo” o “sociale”? Tra sussidiarietà e corpi intermedi. Dal punto di vista economico il periodo attuale è caratterizzato dall’esistenza di un capitalismo che non è più minacciato da un’ideologia che ne nega la legittimità e non è più limitato nella sua azione dal frapporsi di frontiere. L’economista Luttwak definisce tale capitalismo globale come “turbocapitalismo” o terzo capitalismo, poiché segue il primo della rivoluzione industriale e il secondo del welfare State. Che ruolo hanno in tale contesto e nell’azione dell’Unione Europea i corpi intermedi, in particolare la loro capacità di mediazione tra “persona” e “politica”?

Andrea RINALDI Giornalista del Corriere della Sera

ne parla con

Ettore GOTTI TEDESCHI, Economista, ex Presidente dello IOR Luca RICOLFI, Sociologo, Giornalista e Presidente della Fondazione HUME

 

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