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SCRIVERE UNA STORIA POLIEDRICA DELL’UMANITA’

commenti all’articolo di  Federico Rampini sul Venerdì di Repubblica dell’11 giugno.

Federico Rampini

Le urgenze dell’attualità  politica (il diktat anti-cinese e anti-russo di Biden; la Conferenza sul Futuro dell’ Europa), pongono con forza la questione del se la “memoria condivisa” europea, quale  comunicataci dall’accademia, dal discorso pubblico, dalla scuola, dall’ editoria politica sia coerente con le esigenze vitali degli Europei nel nostro secolo,  quando essi sembrano  condannati a prendere posizione nella lotta fra la tecnocrazia occidentale e le grandi civiltà dell’ Eurasia.

La cultura di Yamaya, antenata degli Indoeuropei

1.La presa di posizione di Rampini

Per parte nostra, abbiamo già risposto nei post precedenti che così non è. Ora, prendiamo atto con piacere che Federico Rampini ha preso autorevolmente posizione sostanzialmente  nello stesso nostro senso.

Il noto articolista, prendendo come pretesto recenti scoperte archeologiche avvenute in Egitto e in Cina, parte dall’ ovvia constatazione che tutto ciò che proviene dall’Estremo Oriente ha, da noi, troppo poco rilievo rispetto a ciò che accade in “Occidente” (includendovi anche l’ area mediterranea), e giungendo alla conclusione che:“Perfino il modo con cui accogliamo le scoperte archeologiche risente ancora della nostra auto-referenzialità.”

Gli Europei di oggi vivono infatti all’ interno di una “bolla” conoscitiva, costruita essenzialmente in America, dalle lobbies “democratico-radicali”, da Hollywood, dalle grandi università anglosassoni, dal mainstream culturale del Dopoguerra (espressionismo astratto, fondazioni delle Grandi Famiglie, GAFAM,  Politicamente Corretto, controculture californiane, “giornaloni” filo-americani,…).

Dopo l’Esistenzialismo, l’Europa non ha più creato creato nessuna nuova corrente culturale, e le stesse istituzioni culturali che pretendono di essere “Europee”, come il Collegio d’Europa e l’Istituto Universitario di Studi Europei, non fanno che amplificare correnti culturali americane (sono, per dirla con “Le Monde Diplomatique”, “bibéronnées dans les campus américains”.

Come scrive Rampini,”..la storia e la geografia non sono discipline neutre. Riflettono una visione del mondo, un sistema di valori, l’idea che ci facciamo del nostro posto nel cammino delle civiltà umane”. Perciò, stante il ruolo subordinato dell’Europa all’ interno del microcosmo “occidentale”, è naturale che il modo in cui i libri di scuola europei descrivono la storia mondiale derivi in ultima analisi  dall’ orientamento impresso alla lettura della storia, dai corsi di “Western Studies” inaugurati alla Columbia University durante la Prima Guerra Mondiale: “tradizione giudeo-cristiana, civiltà greco-romana” appropriate dal Mainstream per farli divenire la premessa della Riforma, delle Rivoluzioni Atlantiche, della Liberal-democrazia e della Fine della Storia, cioè di una loro Storia mitizzata degli Americani  quali popolo eletto a salvatore del mondo.

Lo spazio dedicato alle civiltà extra-europee, ma  anche alla maggior parte della storia europea (preistoria, Barbaricum, Euro-islam, Europa Orientale, dispotismo illuminato, decadentismo, “Dissenso” nell’ Est) è veramente modesto rispetto a ciò che “serve” al discorso euro-atlantico (la “democrazia” ateniese, il “monoteismo” ebraico, le “libertà germaniche”, il “capitalismo” dei Comuni italiani, i “Dibattiti di Putney”…).

Le grandi civiltà dell’ Epoca Assiale

2.Una prospettiva post-moderna

L’idea stessa di “storia” ha fatto fatica ad affermarsi nel tempo, rispetto al rito, al mito, alla genealogia, all’archivistica, alla poesia, all’ annalistica, all’ epigrafia. I primi. albori della storia possono essere rintracciati, infatti, negli annali, nel disegno, nella contabilità, nelle epopee.

All’ apogeo dell’ Era Assiale, con l’invenzione della scrittura, vengono redatte la Bibbia, le storie di Erodoto e di Sima Qian. Queste narrazioni, per quanto grandiose, raccontano  la storia dell’ Umanità attraverso la lente di una sola civiltà privilegiata: a seconda dei casi, quella ebraica, , quella ellenica, quella cinese. Nel Medioevo, la storiografia per eccellenza  sarà la Grande Narrazione biblica (ripresa, in fondo, anche dall’ Islam).

Hegel per primo tentò di scrivere una storia universale che andasse al di là di quella della civiltà cristiana, inverando, così, il programma di Lessing del “Cristianesimo quale educazione dell’ Umanità”. Sulla base del modello hegeliano, Kang You Wei, Spengler e Toynbee tentarono l’opera, veramente ciclopica, di una “storia universale”.

Oggi, nonostante gl’intensi sforzi per  scrivere storie di aree sempre più vaste, per realizzare comparazioni, per smitizzare la centralità della storia occidentale, quest’ultima è rimasta  lo standard  intorno a cui hanno ruotato le storiografie di tutti i Paesi, anche quando esse sottolineano il ruolo di aree del mondo diverse dalla propria. Tuttavia, in un momento in cui dunque ancora manca una storia veramente universale, permangono più che mai i difetti di impostazioni anche solo parzialmente etnocentriche.

Innanzitutto, i problemi più urgenti dell’oggi, come la transizione verso le macchine intelligenti, gli scontri di civiltà, le grandi migrazioni e la crisi ambientale non possono essere compresi soltanto all’ interno della cultura “occidentale” (né di nessun’altra cultura particolare). L’idea di un unico ciclo, che va dalla Creazione all’Apocalisse, è specificamente cristiana e islamica, mentre l’Ebraismo ortodosso non conosce una vera Apocalisse, e conserva invece tracce di una doppia creazione, particolarmente evidente, questa,  nello Zoroastrismo, quale eredità occulta dello Zurvanismo “duodecimano”, che a sua volta mantiene una traccia dei 44.000 kalpa della tradizione vedica. Ora, è  chiaro che il significato dell’attuale transizione risulta diverso nelle diverse tradizioni apocalittiche, e ancora diverso nella cultura sinica, dove non esistono, né Creazione, né Apocalisse. Per questo è certamente utile confrontarsi con queste diverse visioni, per vedere quanto, del “mainstram”, non sia che un riflesso occulto di paradigmi etnocentrici che si pretenderebbero superati, e dove, invece, sia possibile utilizzare paradigmi comuni.

In secondo luogo, i robots hanno un significato diverso, rispetto agli archetipi cristiani,  nello Shintoismo o nell’ Ebraismo. Infine, le migrazioni sono una cosa completamente diversa se viste dai singoli Paesi: per gli Stati Uniti, esse sono una continuazione dell’appropriazione coloniale delle terre degli Indios, dei Canadesi, dei Messicani, oltre che della Tratta Atlantica;per gli Europei, sono un sequel degl’Imperi coloniali; per gl’Indiani e per i Centro-Asiatici, sono legate alle  antiche catastrofi atmosferiche di cui parlano i Veda e le Muqaddimat di Ibn Haldun, e, infine, sono da sempre un fenomeno tipicamente cinese, con le periodiche migrazioni dei popoli delle Steppe verso le Piane Centrali e il continuo  spostamento verso il mare dei Cinesi meridionali  (i “Nanren”), ancor oggi il principale movimento migratorio del Pianeta.

In una fase di tumultuosa riscoperta ovunque delle proprie radici (in USA,le ricerche genealogiche; in Cina, il movimento Han Fu e il “turismo rosso”; in Europa Orientale, nell’ Islam e in India, il revival religioso…) è difficile trattare con Paesi di altri Continenti se non si conoscono e rispettano le loro tradizioni.

Inoltre, conoscere le tradizioni e le culture degli altri popoli è oggi più che mai indispensabile per comprendere le proprie. Come comprendere gl’influssi asiatici e mediterranei sul mondo classico senza studiare il Medio Oriente e gli antichi Indoeuropei? come comprendere il Cristianesimo fuori dal contesto dell’intera Epoca Assiale, delle sue varianti orientali, della sua presenza in India, in Cina, in Sudamerica e in Africa?

Come capire la storia dell’Europa Moderna senza il colonialismo e le Nazioni di Emigranti, senza la rinascita d’Israele, India, Cina ed Islam? Senza confrontarsi con la storia e la politica degli Stati Uniti, né con la guerra tecnologica in corso?

Sima Qian, “il Grande Storico”

3.La storia: per chi e per che cosa?

A nostro avviso, la storia dovrebbe servire innanzitutto per farci comprendere come siamo arrivati fin qui, quali forze sono state e sono in azione, quali dilemmi ci attendono. Fondamentali sono, da un lato, le vicende della tecnica, e, dall’ altra, l’essenza delle tradizioni storiche.

Dal primo punto di vista, è essenziale comprendere come e perchè la vita delle diverse società sia stata sempre intessuta di tecnica, e,  sotto il secondo, che cosa le civiltà del passato abbiano avuto in comune, che può essere definito come tipicamente umano, e vada confrontato e giudicato nel rapporto con la tecnica. La tecnica va vista quindi nelle sue radici materiali, psicologiche e sociali, nel suo intreccio con le vicende sociali, che partono da una ricerca di senso.

La tecnica influenza certo le diverse società (di cacciatori-raccoglitori; di agricoltori; le civiltà gerarchiche, con capi, sacerdoti, guerrieri, lavoratori, mercanti; la società industriale, della conoscenza e della sorveglianza. Nello stesso tempo, le società si sviluppano intorno al linguaggio, alla religione, alla cultura, all’ etica.

La “storia” per eccellenza, fondata sull’inconscio collettivo dei popoli e sulla scrittura, raggiunge il suo apogeo all’inizio dell’“Epoca Assiale” dominata dalla cultura scritta mesopotamica dell’ Epopea di Gilgamesh e del Codice di Hammurabi, dalla Bibbia, da Omero e delle filosofia greca e cinese e della cultura indica e buddhista.

Già allora, i legami fra le diverse culture sono onnipresenti: fra  Elam, Persia, India, Cina,Tibet, Mesopotamia, Canaan, Egitto. Gl’imperi dell’Epoca Assiale sono collegati fra di loro dalla Via della Seta, lungo la quale corrono i manufatti, le religioni e le filosofie. Le letture della storia sono basate sulla dialettica fra le tendenze delle diverse aree.

L’era dei viaggi transoceanici si apre con le esplorazioni del cinese, tartaro e mussulmano Zheng He, con l’importazione in Europa d’invenzioni orientali e con la grande fioritura  degl’imperi orientali sotto i Ming, i Qing, i Mughal e gli Ottomani. I Gesuiti fungono da mediatori culturali, mentre  l’imperialismo forgia le identità europea, americana, latino-americana e cinese.

Lo sviluppo della tecnica rende poi possibile l’espansione dell’egemonia europea e americana, ma anche la rivalità fra gl’imperi occidentali e le guerre mondiali, che permettono la creazione dei “due blocchi” e la decolonizzazione.

La caduta del Muro di Berlino scatena l’espansionismo tecnologico americano, ma risveglia anche i popoli dell’Eurasia, prima paralizzati da ideologie troppo rigide. Si scatena la lotta per l’egemonia mondiale, non solo fra USA e Cina, ma anche con la Russia e l’Islam politico; fra, da un lato,  il progetto apocalittico delle Macchine Spirituali, portato avanti dall’”America-Mondo” sotto la spinta dei guru dell’ informatica, e, dall’ altro, una coalizione di fatto della maggior parte dei popoli del mondo, uniti dalla difesa delle tradizioni dell’ Epoca Assiale. La storia oggi dovrebbe permetterci  innanzitutto di rilevare i profili determinanti dell’ uno e dell’ altro schieramento.

La nozione ciclica del tempo nei Veda

4.Articolare i profili degli studi storici

Una notevole confusione negli studi storici è provocata dall’incapacità, nonostante i “Processi di Bologna”, da parte delle competenti istanze decisionali in materia scolastica, di articolare livelli adeguati e differenziati di studio della storia, a livello accademico, di scuola dell’ obbligo e secondaria, anche in modo diverso a seconda dell’orientamento degli studi.

Premesso che, in Europa,  l’attenzione per l’Identità Europea dovrebbe portare ad un peso molto maggiore degli studi storici nei curricula di tutti i cittadini, occorrerà anche trovare il modo di far coesistere lo studio della storia mondiale con quelle europea, nazionale, regionale e locale.

Mentre, poi, nella scuola dell’ obbligo non si pone un bisogno particolare di un’introduzione alla studio della storia, nella scuola media superiore e all’ Università quest’esigenza si pone imperiosa.

Infatti, nel grande disorientamento che regna in tutti i settori della cultura, e in considerazione, in particolare, delle grandi differenze di orizzonti che dovrebbero essere presi in considerazione per uno studio veramente transcontinentale, un’ introduzione metodologica è d’obbligo. Essa dovrebbe essere dedicata allo studio della filologia generale e comparata, della bibliografia, delle commistioni fra biologia, linguistica, archeologia, antropologia…

Una storia poliedrica

3.Lineamenti di massima di un programma di storia mondiale.

Anziché raccontare la storia come una vicenda unitaria, però basata paradossalmente solo sulla storia europea e poi americana, la nuova storia dovrà  basarsi sugli elementi comuni alle civiltà medio-orientale, vetero-europea, indica, sinica e precolombiana, seguendo l’iter simile del loro sviluppo, dalle prime presenze neolitiche, agli antenati mitici, alle città-Stato, agl’Imperi, alle religioni universali, fino al ravvicinarsi fra le grandi aree, a partire dall’impero mongolo e dai grandi viaggi oceanici.

Dovranno essere messe in evidenza le tendenze comuni, come quella alla nascita di Stati burocratici capaci di espansione transcontinentale; di culture eclettiche, come il Din-i-Ilahi della Corte di Akbar e la cultura gesuitica; la formazione delle società coloniali; il carattere “mondiale” delle guerre del ‘700 e dell’ ‘800; il rapporto fra Europa e resto del mondo; la crescita dell’America, della Russia, del Giappone; le lotte d’indipendenza di India e Cina.

Contrariamente a oggi, quando si tende a ricostruire la storia come un continuo passaggio da civiltà “inferiori” a “civiltà superiori”, si dovrà tendere a una narrazione quanto più possibile a-valutativa, e basata invece in grandissima misura sui punti di vista degli stessi protagonisti, e addirittura sulla lettura diretta dei testi che esprimono le concezioni storiche delle diverse culture, da Ippocrate a Confucio, da Virgilio a San Paolo, dal Bhagavad Gita a Sant’Agostino, da Ibn Haldun a Vico, da Hegel a Marx, da Nietzsche a Kang You Wei, da Mao a Spengler, da Toynbee a Eisenstadt, da Huntington a Kurzweil.

Alla luce di tutto questo, appare assolutamente appropriata lac questione del se non divenga necessaria una scienza storica più policentrica. Esagerata sembra invece la preoccupazione (frutto delle ossessioni ideologiche occidentali) che, in futuro, i nostri libri di storia li scriveranno degli autori cinesi.

Infatti, non va considerata certo una costante, bensì un’aberrazione contemporanea, che la storia venga scritta dal “Paese Guida” pro-tempore. I libri di storia dovrebbero essere scritti e pubblicati senza costrizioni in tutto il mondo, senza “memorie condivise”, e, soprattutto, senza imposizioni straniere.

I libri di storia futuri ce li scriveremo noi, in base alla nostra cultura, europea e mondiale.